La Biennale Arte Venezia è per noi un appuntamento irrinunciabile. Chi ci conosce sa che non manchiamo mai. E anche quest’anno siamo state presenti alla preview stampa dal 6 all’8 maggio 2026. Una corsa frenetica da un padiglione all’altro, da una fondazione a un museo, tra code, trasferimenti in vaporetto e alcune novità assolute. Quella che vi proponiamo è la nostra personale guida delle cose da vedere assolutamente di fronte al mare magnum di attività possibili.

Una Biennale Arte Venezia di polemiche e clamorosi colpi di scena
Le dimissioni dell’intera giuria, le forti polemiche sulla partecipazione di Russia ed Iran e addirittura la morte improvvisa un anno fa della curatrice designata, la camerunense-svizzera Koyo Kouoh. La 61esima Biennale Arte Venezia ha fatto parlare di sé molto prima di iniziare ma resta la rassegna internazionale più importante sulla scena culturale e la più antica, nata nel 1895, rivolta alle arti contemporanee. Una kermesse globale con ben 100 nazioni presenti, una miriade di progetti, eventi collaterali e la mostra centrale al Padiglione “La Biennale” dal titolo In Minor Keys dedicata ai temi della condivisione e delle minoranze con 110 artisti di tutto il mondo.

C’è tempo fino a domenica 22 novembre 2026 per tuffarsi nell’arte contemporanea e “rallentare lo sguardo” sintonizzandosi sulle “tonalità minori” secondo il titolo dell’edizione 2026.
Ma come orientarsi se si ha poco tempo? Vi segnaliamo gli 8 padiglioni che ci hanno colpito di più tra i Giardini e l’Arsenale, inclusa la mostra In Minor Keys. E oltre la Biennale altri 4 siti irrinunciabili: l’Isola di San Giacomo con la nuova sede della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Palazzo Pisani Moretta dove ha debuttato la Fondazione Dries Van Noten, la Fondazione Prada a Cà Corner della Regina e la Scuola Grande di San Rocco. Vale la pena anche concedersi un drink: The Reflection, il cocktail ufficiale della Biennale firmato Quattro Gatti Gin, primo spirit sponsor nella storia della manifestazione.

Il cuore della Biennale Venezia 2026
In Minor Keys è il titolo di tutta l’esposizione articolata tra le Corderie dell’Arsenale e i Giardini: un inno alla vita, alle “note minori” e ai diversi modi di concepire l’esistenza. Il percorso è libero e il visitatore può costruire il suo personale viaggio in questo organismo pulsante dove spicca un allestimento ben pensato dai colori accesi con pareti blu, verde e rosso molto coreografico. Un ambiente apparentemente gioioso che accoglie tanto del fare artigiano, installazioni floreali e vegetali, molti lavori in tessuto tra memoria e protesta, conservazione delle tradizioni e dell’identità. Sono 110 gli artisti presenti, ma con rammarico nessun italiano all’appello.
Coinvolgente la stanza rossa di Alfredo Jaar The End of the World: dieci dei materiali più critici al mondo condensati in un cubo inserito all’interno di un lungo corridoio avvolto da luce rossa accecante.

Scenografiche le tele dipinte di blu e bianco, rimando alle porcellane cinesi e giapponesi, del pittore sudafricano Johannes Phokela che si ispirano alle grandi pale d’altare, come a quelle di Rubens, dove l’artista però ritrae un mondo perverso intriso di caos e violenza. Ci ha colpito anche la fotografia di Alan Phelan, realizzata con il procedimento a colori Joly, unico nel suo genere per la produzione di immagini con pellicole in bianco e nero e linee colorate che sprigionano una forte intensità luminosa.

1. Padiglione Austria: il più provocatorio
Non fatevi scoraggiare dalla fila o turbare dai nudi integrali. Florentina Holzinger, coreografa e artista, ha trasformato il padiglione austriaco ai Giardini (e non solo) in un ecosistema fuori controllo: parco acquatico post-apocalittico, impianto di depurazione e rito collettivo. In Seaworld Venice l’acqua è corpo, scarto, peccato, sopravvivenza. I fluidi dei visitatori alimentano una vasca nella quale abitano performer in carne ed ossa con bombola e boccaglio, mentre moto d’acqua, allagamenti artificiali e corpi femminili sospesi su una struttura verticale rotante restituiscono l’immagine di una Venezia travolta da overtourism, rifiuti e crisi climatica.

Iconica l’immagine della donna appesa a testa in giù dentro una campana di metallo che allo scoccare di ogni ora si muove come un batacchio di carne e capelli. Scena che ricorda un’esecuzione pubblica. La dimostrazione choc non si ferma qui. In laguna fuori dai Giardini, la Holzinger, attraverso una serie di azioni pubbliche con l’utilizzo di gru, elementi meccanici e imbracature, ha mostrato durante alcune performance donne tatuate, all’apparenza estratte dall’acqua, con l’obiettivo di denunciare un mondo in crisi e un sistema che sta crollando e Venezia a fare da sfondo.

2. Padiglione Santa Sede: il lusso del silenzio
Nel Giardino Mistico dei Carmelitani Scalzi (dove da secoli si produce l’essenza di melissa) dietro la stazione ferroviaria, il Padiglione della Santa Sede curato da Hans Ulrich Obrist e Ben Vickers sceglie la via più concettuale: The Ear is the Eye of the Soul si ispira a Ildegarda di Bingen, geniale studiosa e teologa del Medioevo, trasformando l’ascolto di suoni e melodie da Brian Eno al ronzio delle api attraverso cuffie distribuite ai visitatori, in esperienza spirituale. Le piante diventano strumenti sonori, il giardino una partitura vivente. In una Biennale spesso affollata e rumorosa, una pausa necessaria.

3. Padiglione Italia: una comunità di figure e materie
Con te con tutto di Chiara Camoni è il titolo del Padiglione Italia a cura di Cecilia Canziani. Uno spazio d’ispirazione corale, domestica e arcaica insieme. Nella penombra delle Tese delle Vergini all’Arsenale, come in un bosco appaiono figure antropomorfe in scala umana modellate in terracotta che incorporano fiori, piante, plastiche e detriti: Colonne, Sister e Daimon, i loro nomi, presenze protettrici di un mondo fragile. Poi lo spazio si apre alla luce, ai tavoli, agli armadi, ai luoghi di sosta e conversazione. Più che una mostra sembra una casa collettiva frutto, come la stessa artista spiega, di un lavoro a più mani che racchiude l’incontro e la condivisione. Un lavoro di cura e di affiancamento reciproco dove l’arte trasforma, cambia e ci fa immaginare cose che ancora non esistono.

4. Padiglione Spagna, l’archivio malinconico delle cartoline
Oriol Vilanova tappezza di cartoline, come una carta da parati multicolor, il Padiglione Spagna ai Giardini trasformandolo in un museo di memorie minori. Los restos nasce da una raccolta ventennale nei mercatini: immagini spedite, dimenticate, scartate e poi rimesse in circolo. Non raccontano più monumenti o destinazioni ma ciò che resta dell’esperienza quando il viaggio è finito. Un lavoro elegante sul turismo, la nostalgia e la fragilità della memoria.

5. Padiglione Giappone: la cura come gesto politico
In Grass Babies, Moon Babies, Ei Arakawa-Nash parte dalla genitorialità queer e invita il pubblico a prendere in braccio una delle duecento bambole (del peso specifico molto vicino a quello di un neonato) disseminate nel padiglione ai Giardini. Voci infantili, film storici e memorie mettono in crisi ogni identità rigida. Il gesto più semplice come cambiare un pannolino e allattare con il biberon diventano rito di cura, riparazione e responsabilità verso chi erediterà il mondo dopo di noi.

6. Padiglione India: la casa come memoria portatile
Geographies of Distance: Remembering Home è uno dei padiglioni più poetici dell’Arsenale. Appare al visitatore dalla penombra come un pensiero notturno, una suggestione. Qui la casa non è un edificio ma una condizione mobile fatta di materiali, ricordi e riti. Un muro d’argilla (che ricorda il Cretto di Burri), la casa fatta di ricami bianchi fluttuante nell’aria, una grotta di bambù e giardini sospesi raccontano un’India attraversata da urbanizzazione e perdita.

7. Padiglione Polonia: ascoltare le balene
Liquid Tongues di Bogna Burska e Daniel Kotowski è un’installazione audio-video commovente nel padiglione polacco ai Giardini costruita intorno a un coro di persone sorde e udenti. I canti delle balene vengono interpretati in voce e in lingua dei segni internazionali mentre il corpo del visitatore è attraversato da onde sonore. Il concetto di Deaf Gain ribalta la prospettiva: la sordità non è mancanza, ma cultura, identità e possibilità percettiva.

8. Fondazione Sandretto, l’isola ritrovata
Sull’Isola di San Giacomo tra Murano e Burano, la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo inaugura una nuova geografia dell’arte contemporanea veneziana. Ex monastero, lazzaretto, presidio militare e deposito di munizioni, l’isola rinasce come laboratorio culturale e ambientale. Ospita la personale di Matt Copson negli spazi della Polveriera, la collettiva dalla collezione Sandretto e le sculture extra large che spiccano nel giardino: il razzo pronto sulla rampa di lancio, l’albero rosa fluo di Pamela Rosenkranz e una chiesa storta. Sull’isola anche la foresteria privata della mecenate torinese Patrizia Sandretto con interni e arredi originalissimi disegnati dal regista Luca Guadagnino. Sicuramente la tappa più sorprendente fuori dai percorsi consueti, presto visitabile con il vaporetto pubblico.

9. Fondazione Dries Van Noten, la bellezza come protesta
A Palazzo Pisani Moretta sul Canal Grande la nuova Fondazione Dries Van Noten del celebre stilista belga debutta con The Only True Protest Is Beauty. Un messaggio potente in questi tempi bui dove l’unica vera protesta potrebbe essere proprio la bellezza. Venti sale con oltre 200 opere tra moda, arte, vetro, ceramica e design costruiscono una wunderkammer preziosa e mai decorativa. Venezia è plasmata dall’immaginazione e Van Noten usa le maestrie dell’artigianato per trasformare l’effimero in eterno, qualcosa che resiste al tempo, al consumo rapido e alla semplificazione dello sguardo. Capi-scultura haute couture firmati da Christian Lacroix e Comme des Garçons dialogano con stampe giganti di soggetti addormentati di Steven Shaerer sotto i soffitti affrescati dal Guarana, allievo del Tiepolo. E ancora le storiche collezioni di vetro del Settecento del Palazzo incontrano il cristallo contemporaneo. Curiosa la storia degli insetti-orafi che realizzano veri gioielli. Il Palazzo diventa uno spazio di trasformazione che valorizza il gesto umano, il sapere artigianale e le storie custodite dentro ogni oggetto, offrendo inoltre programmi educativi e di residenze alle nuove generazioni creative.

10. Fondazione Prada, l’America come macchina di immagini
Con Helter Skelter, Fondazione Prada a Cà Corner della Regina fa dialogare gli artisti americani Arthur Jafa e Richard Prince dentro l’immaginario inquieto degli Stati Uniti. Entrambi si appropriano di immagini prese dal mondo della cultura black, pornografia, rock e pubblicità, per poi ricodificarle e trasformarle in un archivio visivo febbrile. Oltre 50 opere tra fotografie, video, installazioni, sculture e dipinti tra cui i White Painting di Prince che affrontano il tema dell’identità bianca e raccontano un’America incapace di separare libertà e spettacolo, trauma e intrattenimento. Una tappa forte, meno contemplativa e più disturbante.

11. Scuola Grande di San Rocco con Jan Fabre
Il viaggio a Venezia varrebbe la pena solo per visitare la Scuola Grande di San Rocco nel Sestiere di San Polo e ammirare lo straordinario ciclo pittorico del Tintoretto oltre a Tiziano, Giorgione e Tiepolo. Il magnifico complesso rinascimentale diventa il palcoscenico per 3 opere in bronzo di Jan Fabre, artista di Anversa classe 1958. Un dialogo tra i capolavori del Tintoretto a cui l’artista si ispira. Alcuni secoli separano i due autori legati però dalla stessa riflessione sulla luce, la spiritualità e l’esperienza umana, tra passato e presente.
www.scuolagrandesanrocco.org

Chicca finale: il cocktail ufficiale
Tra Giardini e Arsenale concedetevi The Reflection, il cocktail ufficiale della Biennale Arte 2026 firmato Quattro Gatti Gin su creazione di Mattia Cilia insieme al bar team del St. Regis Venice. Agrumi, ibisco, pompelmo e note mediterranee evocano Venezia attraverso luce, riflessi e profumi.

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